Meteorografo Secchi

Fratelli Brassart et al., Roma, 1867
Ottone, legno, acciaio
220 x 150 x 150 cm
Museo dell'INAF-Osservatorio Astronomico di Roma, Monte Porzio Catone (Roma)

I primi tentativi di rendere automatiche le tediose e ripetute letture di strumenti meteorologici risalgono alla metà del XVII secolo. Ma fu soprattutto nel XIX secolo che, per la crescente importanza delle previsioni climatiche, e per la conseguente la necessità di ottenere osservazioni sempre più sistematiche e capillari, si inventarono e costruirono numerosi tipi di apparecchi (i meteorografi) capaci di registrare contemporaneamente più parametri meteorologici. Certamente uno dei più sofisticati e complessi strumenti di questo fu quello ideato e realizzato da Padre Secchi fra il 1857 e il 1867. Secchi, stimolato dagli studi del meteorologo e oceanografo americano Matthew Fontaine Maury, pensava che per comprendere “la macchina del tempo” fosse necessario non solo raccogliere un gran numero di dati ma anche di ordinarli in modo sistematico e facilmente interpretabile. La genesi del meteorografo di Secchi durò circa un decennio: fra il 1857 e il 1866. Ma non fu un progetto sistematico: esso partì nel 1857 dalla realizzazione da parte di Secchi di un barometro a bilancia. Lo strumento permetteva di determinare la pressione atmosferica non dalla lettura dell’altezza di una colonnina di mercurio bensì dalla determinazione del suo peso. Il movimento del braccio che sosteneva il tubo barometrico che era prodotto dalle variazioni di pressione veniva poi iscritto su di una tavola mobile il cui movimento verticale era regolato da un orologio. Incoraggiato dal successo del suo barometro registratore, Secchi via via aggiunse all’apparecchio altri strumenti. Il primo di essi fu un anemometrografo con una banderuola e un anemometro. Grazie ad un sistema elettromagnetico tipico della tecnologia telegrafica tali strumenti inviavano una serie di impulsi elettrici a dei contatori e a dei bracci scriventi che registravano sulla tavola mobile sia la direzione che la velocità del vento. Il termometrografo (figura 1) era costituito da un lungo filo di rame le cui variazioni di lunghezza in funzione della temperatura erano anch’esse collegate a un braccio scrivente. Poi venne aggiunto un complesso sistema elettromagnetico che grazie a un carrello mosso da una camma permetteva, tramite punte di platino, di determinare i livelli dei termometri (“secco” e “umido”) di uno psicrometro e dunque di registrare lo stato idrometrico dell’aria. Infine la quantità e le ore di pioggia venivano determinate da un pluviografo. I servomeccanismi elettromeccanici erano azionati da pile elettrochimiche racchiuse nel mobile dell’apparecchio. Lo strumento, che fu continuamente modificato e perfezionato nel corso di un decennio, raggiunse la sua forma definitiva verso il 1866 (figura 2). Esso fu realizzato in gran parte dal costruttore romano Ermanno Brassart ma i contatori e l’orologio furono costruiti dal celebre orologiaio parigino Constantin Louis Detouche. Le parti in legno e la canna barometrica invece furono costruiti a Roma da altri artigiani specializzati. Nella versione definitiva dello strumento l’orologio (munito di una campana che batteva il quarto d’ora) azionava a velocità differenti due tavole sulle quali si fissavano i fogli per le registrazioni. Uno di essi raccoglieva i dati (le “curve meteografiche”) per 48 ore, l’altro per 10 giorni. Tali fogli venivano poi pubblicati nel Bullettino Meteorologico dell’Osservatorio del Collegio Romano.
Lo strumento, installato nella torre Calandrelli del Collegio Romano, dava ottimi risultati e venne così deciso di presentarlo a Parigi in occasione dell’Esposizione Universale del 1867.

Paolo Brenni, CNR-IGG